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FAmagazine 32 2015.
La città ordinata. Dispositio e Forma Urbis / The orderly city. Dispositio and forma urbis

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Anche gli scritti di questo numero 32 di FAmagazine (sezione Teoria della international call for paper 2015), che riguardano il concetto vitruviano di dispositio in relazione alla forma della città e ad una strategia insediativa, non possono fare a meno di cavalcare l'onda lunga che oscilla tra astrazione e figurazione e, ancor più lunga, tra formale e informale. Lo stesso Le Corbusier riconosceva il valore strutturale “profondo” e astratto della pianta, definendola “un'austera astrazione” e “un'algebrizzazione arida”. Assumendo come termini opposti ed estremi di questa tensione lo spazio “striato” (Palma) e lo spazio “liscio” (Mical) non possiamo fare a meno di chiederci, facendo la tara alle differenze terminologiche, che una disciplina “debole” come la nostra prevede, e alla distanza culturale dei nostri interlocutori, se il “campo di possibilità” che la natura strumentale del concetto di dispositio dispiega possiede un valore latente. In altre parole, se sia possibile definire tali possibilità di relazione tra gli elementi di un contesto urbano, indipendentemente dalla loro manifestazione e quindi indipendentemente dalla natura dello spazio, liscio o striato, la cui contrapposizione non riguarda tanto la natura delle relazioni quanto la loro stabilità nel tempo: “inscritte” antropologicamente piuttosto che “morbide” e reversibili.

The essays in this issue, number 32 of FAmagazine (section Theory of the intenational call for paper 2015), concerning the Vitruvian concept of dispositio in relation to the form of the city and a settlement strategy, cannot avoid straddling the long wave that oscillates between abstraction and figuration and the even longer one between the formal and the informal. Le Corbusier himself recognized a “profound” and abstract structural value for the plan, defining it as “austere abstraction” and “an arid algebrization”. Assuming as opposing and extreme terms of this tension “striated” space (Palma) and “smooth” space (Mical), we cannot avoid wondering, taking the various terminologies with a pinch of salt, that a “weak” discipline like ours envisages, at the cultural distance of our interlocutors, whether the “field of possibilities” that the instrumental nature of the dispositio concept deploys possesses some latent value. In other words, whether it is conceivable to define these possibilities of a relationship between the elements of an urban context, independently of their manifestation and hence independently of the nature of space, be it smooth or striated, whose contrast does not so much concern the nature of the relationships as their stability over time: anthropologically “inscribed” rather than “soft” and reversible.

 

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